JAMAIS PLUS LA GUERRE

Il ruolo della diplomazia dei Papi contro le guerre – intervista a Gianpiero Gamaleri

Di Orazio Parisotto *

In un mondo globalizzato senza regole e senza governance assistiamo passivamente a continue guerre che l’organizzazione delle Nazioni Unite in evidente difficoltà non riesce a contrastare. Tanto da far recentemente affermare a Papa Francesco che “… appare urgente riprendere il percorso verso una complessiva riforma del sistema multilaterale, a partire dall’ONU, che lo renda più efficace, tenendo in debita considerazione l’attuale contesto geopolitico”.

Anche il mondo dell’associazionismo non riesce a farsi ascoltare: dobbiamo infatti constatare che sono state lasciate sole, con assurda indifferenza, tutte quelle associazioni impegnate ad anteporre a ogni costo la diplomazia ai conflitti armati, così come le associazioni che da sempre si battono per la pace e per il disarmo vengono applaudite ma spesso tacciate di utopia, in un mondo incapace di reagire per porre fine alla vergognosa, pericolosissima situazione che vede esplodere guerre in tutti i continenti e purtroppo anche in Europa, in Ucraina. Nella totale assenza di interlocutori credibili e autorevoli, le religioni possono e devono avere un ruolo significativo nella costruzione della pace, dello sviluppo, della giustizia in un processo di integrazione armonica tra popoli e culture diverse. Finora purtroppo non è stato sempre così e la storia dell’umanità ce lo dimostra ampiamente. Ciononostante bisogna riconoscere che le Istituzioni religiose hanno la possibilità ancora oggi di far giungere messaggi di pace e di civile convivenza a miliardi di persone nel mondo. In questo senso il ruolo della Chiesa cattolica è risultato spesso fondamentale nella risoluzione dei conflitti. Ne abbiamo parlato con il Prof. Gianpiero Gamaleri, giornalista e sociologo, docente di “Linguaggi dei nuovi media” all’Università Uninettuno.

Nel suo ultimo libro “La fumata bianca della pace. La voce di dodici papi contro la guerra”, ripercorre la storia della diplomazia vaticana a favore della pace negli ultimi due secoli. Come è cambiato oggi il ruolo della Santa Sede in un mondo sempre più globalizzato dove, come sostiene Papa Francesco, è in atto una “guerra mondiale a pezzi”?

Fotogramma di Leone XIII, il papa dell’enciclica sociale “Rerum Novarum”,  nel filmato dei Fratelli Lumière girato nel 1896, subito dopo la prima proiezioni parigina. E’ anche la più antica pellicola italiana.

“A onore del vero più che di diplomazia Vaticana Bisogna parlare a mio modo di vedere della voce stessa dei Papi perché la Santa Sede ha il vantaggio di avere un capo indiscusso che la rappresenta anche nel contesto internazionale come purtroppo è quello che si manifesta in qualsiasi guerra.  E il lavoro che mi sono trovato a fare è stato quello di raccogliere in modo sufficientemente sistematico le voci degli ultimi 12 papi da Pio IX a Papa Francesco.  perché proprio Pio IX è stato l’ultimo Papa Re cioè un Pontefice che aveva la responsabilità di governare anche su un territorio, lo Stato Pontificio. Ed è proprio sotto di lui che questa prerogativa viene meno e che quindi la voce del papa nelle controversie internazionali cessa di essere una voce di parte e diventa un richiamo religioso, etico e universale, che può essere accolto o non accolto ma che comunque ha la prerogativa di puntare al bene comune per le nazioni, per i popoli e per i singoli cittadini, specie quelli più indifesi che subiscono i maggiori danni e dolori dalla guerra. Lei mi chiede se la diplomazia Vaticana si è evoluta nel tempo e la mia risposta è inevitabilmente positiva perché la Chiesa è sempre attenta al contesto storico in cui opera. Però, accanto alle differenze legate al proprio tempo. a mio avviso è più importante sottolineare la coerenza con cui ben 12 papi, dal 1846 ad oggi, cioè nell’arco di quasi 180 anni, si sono espressi”.

Quale peso hanno avuto i loro appelli?

Paolo VI all’ONU, 4 ottobre 1965: “Jamais plus la guerre, jamais plus la guerre!”

“In qualche occasione il loro intervento è stato clamoroso, come nel caso di Giovanni XXIII quando nell’ottobre 1962 contribuì a fermare le navi sovietiche che portavano i missili a Cuba scongiurando un conflitto nucleare. Per non parlare della spinta decisiva di Papa Wojtyla alla caduta del Muro di Berlino nel 1989. Ma lo stesso Giovanni Paolo II vide ignorati i propri appelli nella prima e nella seconda Guerra del Golfo. E Francesco si trova oggi purtroppo a vedere realizzarsi la sua previsione di una “terza guerra mondiale a pezzi”. Il libro ripercorre tutti questi accorati appelli, denunciando la “carestia di pace” che preoccupa tutti noi e toglie speranza ai nostri giovani. Riecheggia più che mai il grido di Paolo VI il 4  ottobre 1965 dalla tribuna planetaria dell’ONU: “Jamais plus la guerre, jamais plus la guerre”.

L’attività diplomatica vaticana negli ultimi decenni si è sempre più intrecciata con il dialogo interreligioso che ha avuto una straordinaria accelerazione a partire dal famoso incontro di Assisi del 1986. Recentemente Papa Francesco e il Grande Imam di Al-Azhar Ahmad al-Tayyib, il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi, hanno firmato il documento “Fraternità umana per la pace nel mondo e la convivenza” mentre a giugno di quest’anno il cardinale Zuppi, in piena guerra in Ucraina, per diretto invito del Papa ha intrapreso una delicatissima missione di pace incontrando non solo i responsabili politici di Kiev e di Mosca ma anche l’arcivescovo di Mosca e patriarca greco ortodosso Kirill. Secondo lei è questa la strada da percorrere per tentare di risolvere i conflitti ?

Il Cardinale Matteo Zuppi, incaricato da Papa Francesco di cercare vie di pace, a cominciare dalla restituzione dei bambini deportati in Russia

“E’ senz’altro una strada molto importante, che la Santa Sede deve percorrere anche al di là dei risultati, delle difficoltà, dei fallimenti. E’ la strada che Papa Francesco avverte nella  mente e nel cuore nella sua funzione di “imitatore di Cristo”. I commentatori politici hanno giudicato sinora piuttosto sterile la missione del Cardinale Zuppi. A mio parere è un giudizio affrettato. E spiego perché. La guerra in Ucraina è stata definita anche come una guerra di religione. Ne ha parlato tra i primi  Paolo Rumiz, scrittore e intellettuale triestino grande conoscitore dell’Europa Orientale. Scontro di popoli affini, anzi fratelli, tutti di fede cristiana. Una versione contemporanea della tragedia di Caino e Abele. I vertici della Chiesa ucraina e di quella russa si sono contrapposti. Hanno persino ridisegnato le feste religiose. Qualcuno è arrivato a chiedersi se sia il patriarca di Mosca Kirill a benedire Putin o se non sia Putin a obbedire a Kirill, fautore oggi della Grande Russia su basi religiose dopo la caduta dell’impero comunista sovietico. Papa Francesco non ha esitato a definire Kirill “chierichetto di Putin”, ma il rapporto potrebbe addirittura essere rovesciato ed essere Putin il braccio armato del Patriarca. In questo terribile intreccio di guerra militare e guerra religiosa, che riguarda non solo i carri armati ma i cuori dei cristiani di tutta Europa e del mondo, il duplice viaggio del cardinale Zuppi a Kiev e a Mosca potrebbe aver già raggiunto o comunque avviato un risultato molto rilevante: aver separato la guerra delle armi dalla guerra dei cuori, aver attenuato il conflitto religioso. E non è cosa da poco soprattutto per il futuro quando si tratterà di ricostruire non solo i territori colpiti ma anche la pace dei cuori, antidoto decisivo per evitare che il fuoco sotto la cenere generi fiammate di ritorno”.

Ma c’è un “filo rosso” che ha legato le parole e le azioni di questi Papi contro la guerra.

“Nel pensare al titolo del libro ci siamo chiesti se usare il singolare o il plurale: “la voce o le voci” di dodici Papi ? Raccogliendo i loro documenti non abbiamo avuto dubbi: si è trattato e si tratta di una sola voce, anzi di un unico “grido” che purtroppo è rimasto quasi inascoltato in tutto l’arco di tempo  che abbiamo preso in esame. Si tratta di un periodo che prende le mosse dalla figura di Pio IX il cui lungo pontificato, dal 1844 al 1878, ha coperto il grande evento dell’Unità d’Italia e quindi anche della caduta del potere temporale del papato. E dimostra nel contempo come in quel turbine di eventi e di passioni egli abbia saputo sempre tenere ben fissa la barra del timone della Chiesa orientandola verso l’orizzonte della pace e di una convivenza civile per il rispetto  della persona umana”.

Quali sono i temi concreti su cui i papi si sono espressi?

“Sono tutti quelli direttamente o indirettamente riguardanti la guerra. Naturalmente lo scontro armato, ma altrettanto la produzione e lo scambio delle armi, il terrorismo che spesso precede o si abbina alla guerra, la mobilitazione e la chiamata alle armi delle popolazioni civili, che fa parte della preparazione dei conflitti, le cosiddette guerre nascoste, che si stima riguardino una cinquantina di territori, le discriminazioni razziali, etniche, religiose, ogni tipo di persecuzione, di tortura  e di violazione dei diritti umani delle persone, dei gruppi e dei popoli. Anche le tragedie legate alle migrazioni. Ma particolare richiamo è dato da Papa Francesco al dolore delle madri, che nella guerra perdono i  propri figli, come militari e anche come civili. Non c’è dolore più grande di quello di perdere chi sarebbe destinato per natura a vivere dopo di noi”.

E tra i tanti appelli colpevolmente inascoltati, la sanguinosa guerra fratricida nel cuore dell’Europa non può non ricordarci il lungimirante auspicio del Santo Papa Giovanni Paolo II che più di venti anni fa sollecitava la creazione di una Unione dell’Europa dall’Atlantico agli Urali che comprendesse così la Federazione Russa. Forse se il suo monito fosse stato seriamente preso in considerazione dai governanti dell’epoca non ci troveremo oggi ad affrontare un conflitto dalle conseguenze imprevedibili per l’intera umanità.

* Il Professor Orazio Parisotto è Studioso di Scienze Umane e dei Diritti Fondamentali, Fondatore e Presidente di Unipax, NGO associata al DGC delle Nazioni Unite