Di Paolo Formiconi
Francesco Eugenio di Savoia Carignano-Soissons, uno dei più grandi soldati del XVIII Secolo e forse di tutti i tempi, nacque in Francia da una famiglia abruzzese-sabauda il 18 ottobre 1663. Sua madre era Olimpia Mancini, nipote del Cardinale Giulio Mazzarino, Primo Ministro del Regno di Francia, suo padre era Eugenio Maurizio di Savoia Soissons, uno dei tanti nobili piemontesi che servivano negli eserciti di Luigi XIV di Francia. Il genitore lo lasciò orfano a soli dieci anni, morendo durante una campagna di guerra, ed il ragazzo crebbe così con la sola madre a Parigi, affidato alla generosità del re. Secondo alcuni il sovrano era persino il vero padre di Eugenio, al quale del resto una vaga somiglianza lo legava: il lungo naso e la fronte alta dei Borbone oltre che la statura e la complessione fisica tutt’altro che imponenti.
Quanto ci sia di vero in questa leggenda, certo è che, destinato alla carriera ecclesiastica come il celebre zio, che significava all’epoca più che una carriera da pastore di anime una da funzionario di stato, il ragazzo si mostrò molto più incline al mestiere paterno, interessandosi all’equitazione, alla scherma, ma soprattutto immergendosi per ore interminabili nella lettura della vita dei grandi condottieri, dei trattati di scienza militare, delle opere di geografia.
A fianco a questi, si mostrava anche interessato ad altri e meno intellettuali passatempi, tanto da far giungere alle orecchie del re numerose voci sull’”abatino italiano”, che faceva giorno della notte ma mai studiando, dei libri “proibiti” di cui era assiduo lettore, delle feste cui si diceva partecipasse in vesti femminili, delle compagnie che frequentava e dei soldi, non suoi, che spendeva in cavalli e profumi.
Nulla che destasse particolare scandalo in una corte disinibita come quella di Versailles, ma neanche nulla che lasciasse presagire in lui le qualità dell’uomo di pensiero, e tanto meno quelle dell’uomo di fede.
La caduta in disgrazia del partito italiano a corte, cui sua madre apparteneva, segnarono una cesura nella vita di Eugenio, la cui posizione divenne rapidamente quella di un ospite sopportato e squattrinato, che doveva penare per essere ricevuto in quella stesse corte dove fino a pochi mesi prima sua madre era ricevuta con tutti gli onori. Era normale all’epoca e in quell’ambiente, dove vite e fortune di intere famiglie, come dei popoli, cambiavano in base all’umore dell’onnipotente sovrano. Pare che la belle Olimpia fosse incorsa in certe disavventure finanziarie, o persino che avesse frequentato troppo certi maghi ciarlatani che il “cattolicissimo” temeva volessero avvelenarlo. Forse, più banalmente, ella dovette scontare semplicemente il trascorrere degli anni, e cedere il posto nel cuore del re alla più giovane Madame de Maintenon, che provvide immediatamente a far allontanare la rivale.
Quali che fossero le ragioni, Luigi XIV giunto il ragazzo alla maggiore età gli negò un comando in uno dei suoi numerosi reggimenti. Che si guadagnasse da vivere come credeva, ma non a spese dello stato. A sua madre non andò meglio: allontanata da corte col divieto di tornarci pena la galera, poco mancò che Luigi XIV le facesse mettere le valige sulle scale.
Il ragazzo giurò che a Parigi non sarebbe tornato se non con le armi in pugno, e l’avrebbe fatta vedere a tutti, a Luigi, ai cortigiani intriganti e alla Maintenon.
Si rivolse quindi al nemico ereditario del re di Francia: l’imperatore del Sacro Romano Impero, presso il quale già aveva trovato rifugio suo fratello Luigi, morto proprio in quel periodo. Era né più né meno che un atto di fellonia nei confronti del monarca francese, ed è probabile che Eugenio, se scoperto, l’avrebbe pagato con la testa. Tuttavia, in questo come in altri casi della sua vita la sorte lo aiutò. Lasciata Parigi in incognito il 26 luglio 1683, secondo alcuni addirittura vestito da donna, attraversò la Germania meridionale e giunse a Vienna, dove venne ricevuto, con scarso entusiasmo, dall’imperatore Leopoldo d’Asburgo. A Vienna visse con un magro aiuto finanziario del cugino Vittorio Amedeo II, duca di Savoia, finché fu finalmente ricevuto da Leopoldo.
Benché perplesso circa le virtù guerriere di quel ragazzo basso e ossuto, l’Asburgo gli diede un posto da ufficiale nel suo esercito, addirittura nel seguito del comandante in capo imperiale, il duca Carlo di Lorena. La situazione del resto era tutt’altro che lieta: all’orizzonte si profilava la grande armata ottomana del vizir ottomano Kara Mustafà, in marcia su Vienna. Ogni aiuto, venisse di dove venisse, era benvenuto.
La generosità dell’Asburgo non poteva essere meglio ripagata. Il giovane Savoia si rivelò sotto il fuoco un autentico fulmine di guerra: gran cavaliere, freddo, determinato e con un ottimo colpo d’occhio, dimostrò di avere per l’arte del comando una spiccata inclinazione. Sconfitti i turchi sotto le mura della città l’11 settembre, la guerra continuò fino a ricacciarli oltre l’Ungheria, nel cuore dei quali Balcani dove si erano attestati tre secoli prima. Al termine di quella campagna iniziata come ufficiale di ordinanza del duca di Lorena Eugenio comandava un reggimento cavalleria. Si trattò di qualcosa in più della consueta veloce carriera tipica dei nobili dell’epoca, se Luigi XIV a Parigi, informato delle gesta del suo ex-protetto, pare abbia esclamato: “Che abbia fatto la più grande sciocchezza della mia vita”?
I fatti si incaricarono di confermare il timore. Nel 1687, promosso generale, Eugenio riprese la guerra contro i turchi al comando di due reggimenti di cavalleria, cui presto se ne aggiunse un terzo per poi assumere il comando dell’intera cavalleria imperiale nel 1690. Ferito due volte in combattimento, il giovane generale attirò l’ammirazione generale. In un epoca in cui i nobili non brillavano per cultura sapeva leggere una carta geografica, riconoscerne gli elementi sul terreno e calcolare velocemente le distanze. Non si ingannava sulla portata dei cannoni e dei moschetti, che in un attacco potevano fare la differenza fra la vita e la morte, e imparò rapidamente a orientarsi nel rumore e nel fumo della battaglia, la “nebbia della guerra” nella quale si perdono tanto facilmente il controllo di sé e l’orientamento.
Inviato in Italia a combattere nella terra dei suoi avi, vi trascorse i successivi sei anni senza particolari successi, imparando però a conoscere tanto il territorio che i suoi nemici: i francesi fra i quali era cresciuto e che erano ritenuti il miglior esercito dell’epoca.
Tornato sul fronte dei Balcani nel 1696, vi assunse il comando delle operazioni, infliggendo agli ottomani la più catastrofica delle loro disfatte a Zenta, dove con un esercito grande la metà sorprese il nemico nel mezzo del passaggio del fiume Tibisco, dal quale si era appositamente ritirato per indurre il nemico a traversarlo. Un ritardo di poche ore di marcia lo avrebbe messo di fronte all’enorme armata nemica schierata e una pattuglia nemica in avanscoperta avrebbe potuto svelare il suo movimento. Eppure, con una perfetta stima del tempo che il nemico avrebbe impiegato e con un efficace schermo di cavalleria il Principe Eugenio, come già lo chiamavano, riuscì a piombare sul fiume nel momento più opportuno, con l’esercito avversario su entrambe le sponde e con un colpo da maestro lo annientò.
La disfatta fu tale che Costantinopoli, alle prese anche con Venezia in Egeo e in Adriatico, dovette trattare una pace rovinosa, quel Trattato di Carlowitz che nel 1699 consegnò le chiavi dei Balcani all’Austria per i successivi due secoli.
La vittoria fece di Eugenio uno dei grandi condottieri dell’epoca, e quando nel 1701 scoppiò la Guerra di successione spagnola fu naturale per l’imperatore dare a lui l’esercito destinato a scendere in Italia, ancora una volta contro i francesi. La posta in gioco della guerra era l’enorme impero spagnolo, che Carlo II d’Asburgo aveva lasciato morendo a Luigi di Borbone, nipote di Luigi XIV, col che aveva fatto della Spagna una dipendenza della già potentissima monarchia francese. Come c’era da aspettarsi gli Asburgo di Vienna, parenti più prossimi, contestarono il testamento, appoggiati da Gran Bretagna e Paesi Bassi. La conquista dei domini spagnoli in Italia, Lombardia e Napoli, fu affidata a Eugenio, che vi trovò come nemico il cugino Vittorio Amedeo, duca di Savoia, ora alleato dei francesi.
Ancora una volta i successi non tardarono ad arrivare, a Chieri e a Luzzara il Savoia sconfisse i soldati del Re Sole conquistando la Lombardia, ma prima di ultimare la campagna verso Napoli fu inviato sul fronte renano, il più importante.
Qui infatti gli eserciti inglesi guidati da John Churchil, duca di Malborough, stavano opponendosi con successo ai francesi e ai loro alleati bavaresi, ma per passare all’offensiva necessitavano di rinforzi. Molti dubitavano che sottrarre il Savoia al fronte italiano sarebbe stata una buona idea: si interrompeva una campagna vittoriosa per intraprenderne una rischiosa in aiuto ad un alleato, la monarchia britannica, i cui interessi coincidevano solo in parte con quelli di Vienna. Inoltre, non era chiaro l’aspetto essenziale: chi avrebbe avuto il comando fra Churchill e il Savoia? C’erano insomma tutti gli elementi per un crisi militare, ma fu lo stesso Eugenio a disinnescarla. Strinse con il Malborough una immediata intesa umana e professionale, e non esitò a mettersi a sua disposizione. L’altro, lusingato da tanta considerazione, esercitò il comando con tanto riguardo e abilità da rendere la propria azione totalmente complementare a quella di Eugenio. Malborough era un curioso tipo di condottiero, metà affarista intrigante e metà genio militare, le cui fortune oltre che dalle vittorie dipendevano dagli equilibri politici al Parlamento di Londra. Il Savoia capì immediatamente che un rovescio o anche solo una campagna inconcludente avrebbe portato acqua al mulino dei fautori della pace con i francesi e al richiamo dell’esercito inglese. Meglio quindi mettere da parte l’orgoglio e collaborare. L’altro, intelligentemente lo capì e apprezzò. Assieme i due colsero una serie di sanguinose vittorie, culminate nel trionfo di Blenheim nel 1704, che aprì a Vienna nientemeno che il dominio della Baviera.
Non vi tempo di festeggiare però, la situazione in Italia infatti era tornata critica. Il dica di Savoia Vittorio Amedeo era infatti passato dalla parte degli imperiali, ed un esercito francese era prontamente calato su Torino per punirne il tradimento. La città era sul punto di cadere e occorreva una spedizione di soccorso. Non ci sarebbe stato tempo per un altro tentativo, poiché anche a Vienna ora si levavano voci in favore di una pace di compromesso, e se il prezzo per tenere la Baviera doveva essere sacrificare il ducato di Savoia ai francesi, pazienza.
Eugenio, nuovamente, non fallì, cogliendo sotto le mura di Torino la più famosa delle sue vittorie, quella che consegnerà alla successiva pace la corona di re di Sicilia nelle mani del cugino Vittorio Amedeo.
Gli anni seguenti furono un seguito di successi quasi senza ombre: la distruzione della flotta francese a Tolone nel 1707, le nuove vittorie di Oudenardarde e Malplaquet sul fronte renano assieme all’amico Churchill fino alla firma della pace di Ultrecht nel 1714, che fruttò alla casa d’Austria un ricco bottino: il Belgio, Milano, Napoli e la Sardegna. La corona di Spagna sfuggiva però alle mani degli Asburgo, finendo assieme alle colonie americane e ai diritti di successione sui ducati di Parma e Toscana ai Borbone. Era un successo, anche se non completo, impreziosito dall’ascesa dei Savoia di Torino al rango di re.
Per due anni regnò sull’Europa una precaria pace, rotta nel 1716 dall’aggressione dell’Impero ottomano alla Repubblica di Venezia, alleata dell’Impero. Eugenio fu il condottiero naturale di quella impresa che vide altre due vittorie aggiungersi al suo già lungo curriculum: a Petervardino il 5 agosto 1716 da assediato si trasformò con una sortita fulminea in attaccante, sbaragliando l’armata nemica, e l’anno dopo espugnò la fortezza di Belgrado, ritenuta imprendibile, costringendo gli ottomani alla disastrosa pace di Passarowitz, con la quale cedevano all’Austria un’altra fetta dei Balcani, dei quali ora non rimanevano loro che la Grecia, l’Albania e la Bulgaria.
Questa vittoria, come le altre, non era solo frutto della sua abilità sul campo. Eugenio aveva osservato i suoi nemici ottomani, cogliendo il loro punto forte: una buona logistica. Aveva quindi riformato in quel senso il suo esercito e pianificando i movimenti sempre in base ai rifornimenti che avrebbe potuto avere.
La stella del condottiero era adesso al punto più alto, sostanzialmente senza alcun rivale in tutta Europa. Nemmeno l’amico Malborough, in disgrazia presso il suo governo e ora fuori dalle scene. A Vienna l’imperatore Carlo IV, reso da Eugenio dominatore della Germania, dell’Italia e dei Balcani, lo trattava con la deferenza di un fratello minore, il papa gli mandava lettere colme di ammirazione per l’uomo che aveva portato di nuovo la croce a trionfare sulla mezzaluna, persino i francesi, che lo odiavano e non cessavano di produrre ai suoi danni una infamante libellistica, gli tributavano il maggiore onore che si possa fare ad un avversario: iniziarono a raccogliere tutte informazioni possibili sulle sue campagne e a farle studiare ai loro ufficiali. Il giovane Bonaparte, allievo delle scuole militari francesi, dirà di aver iniziato la propria formazione leggendo le gesta di Alessandro, Cesare e Eugenio, ponendo quest’ultimo sullo stesso gradino degli altri due.
Il successo, come sempre accade, portò con sé invidie e tentativi di azzoppamento. Fu accusato, in un tempo in cui la corruzione era prassi consolidata fra i ministri, di aver ricevuto del denaro per favorire delle carriere, si obbiettò la sua fedeltà all’impero per via delle sue origini italiane, si ironizzò sul suo ostinato celibato, chiamandolo Marte senza Venere, riprendendo le voci sui suoi presunti amori maschili diffuse dalla propaganda francese.
Il condottiero da parte sua mostrò sempre di prendere tutto con filosofia. Presidente del Consiglio Aulico, una sorta di ministro della difesa e degli esteri, esercitò il proprio potere con enorme discrezione e totale fedeltà alla casa Asburgo, pur esercitando una discreta pressione in favore dei suoi protetti italiani: i parenti Savoia e la Repubblica di Venezia, che molti a Vienna volevano liquidare e i cui diritti Eugenio difese al tavolo di Passarowitz. Remunerato riccamente, si costruì un magnifico palazzo a Vienna, il Belvedere, nel quale radunò una enorme biblioteca e una collezione d’arte entrambe sorprendenti più per l’originalità e il gusto che per la quantità delle opere. In questo palazzo, che fu anche un ritrovo intellettuale e, tratto questo molto francese di cui non si liberò mai, un centro di accordi politici e di avventure sentimentali, Eugenio visse un periodo che fu forse il più sereno della sua vita, dimostrandosi anche ottimo diplomatico. Intuendo che il grande successo degli Asburgo avrebbe potuto isolarli, badò a costruire un reticolo di alleanze che desse loro delle sponde in caso di crisi: trattati con la Danimarca, la Russia, l’Inghilterra, la Prussia. Fu proprio l’erede al trono di questo giovane regno, il giovane Federico di Hoenzollern, uno dei suoi più specchiati imitatori. Adolescente inquieto, alle prese con padre brutale e tirannico, Federico arrivò a rischiare il patibolo in un tentativo di fuga dalla Prussia. Perdonato a fatica, fu mandato a fare esperienza militare dal grande Savoia nella successiva Guerra di successione Polacca. Fu in questa occasione, nella quale il vecchio condottiero ormai settantenne non poté cogliere cospicui successi, che il futuro Federico il Grande imparò come si potesse essere allo stesso tempo un soldato e un intellettuale, un politico accorto e un amante della bellezza e di come una caserma efficiente sia il risultato e non la causa di una società efficiente. Lezioni che non furono dimenticate.
Eugenio di Savoia morì nel 1736 senza vedere la firma di quell’ultima sua guerra. Dopo di lui l’Austria non recuperò più il prestigio enorme di cui aveva goduto grazie alle sue vittorie, e continuò per altri due secoli a vivere di rendita su di esse, servito da generali e ministri, primi fra tutti il Kaunitz e il Metternich, cresciuti se non alla sua scuola certo al suo esempio.
Oggi, di fronte alla Hofburg, il vecchio Palazzo imperiale di Vienna, una statua equestre di bronzo ormai verde ritrae il condottiero nell’atto di impennare il cavallo, brandendo un bastone da maresciallo. Non è una grande opera, come quasi mai lo è la scultura tedesca, e probabilmente non gli sarebbe piaciuta. Essa però coglie in effetti l’essenza della vita del grande condottiero: la vittoriosa cavalcata attraverso due secoli dell’Edle Ritter Eugenio di Savoia, in difesa dell’Impero.




